Ridateci Lucio (Extended Version)

Ieri seguendo una popolare trasmissione televisiva mi sono reso conto di una cosa orribile: le canzoni di Lucio Battisti, tranne il materiale che potremmo trovare in giro, e che comunque sta velocemente esaurendosi, non sono più in commercio.Salto sul divano e iPhone in mano comincio una banale ricerca su iTunes Store e scopro che a parte qualche canzone presente in qualche raccolta, di Battisti non c’è traccia. 

Proseguo cercando nei canali di streaming musicale a pagamento e anche lì stessa sorte.

Morale della favola, uno dei patrimoni culturali della nostra epoca viene tenuto in ostaggio da qualcuno che per completare la sua opera diffida chiunque dall’utilizzare le canzoni di Battisti.

È successo a Morandi e compagnia bella in occasione di una trasmissione celebrativa sul grande Giulio Rapetti, meglio conosciuto come Mogol, che per i più giovani è giusto identificare come l’altra metà della mela della maggior parte dei capolavori di Lucio.

Voi magari lo sapevate già, ma io ieri ho scoperto che a tenere in ostaggio questo incommensurabile patrimonio è una certa Grazia Letizia Veronese in arte Velezia.

Lo so, quasi sicuramente, nonostante tutti questi nomi vi starete chiedendo: «ma chi cazz’è adesso ‘sta Velezia?»

Tranquilli, non la conoscete perché per tutti è sempre stata, è e sempre sarà “la moglie di Battisti”.

Ora mi tocca scriverti, carissima Velezia, che un motivo ci sarà pure, quindi restituisci al mondo la sua arte, perché è stata la musica tua e dei nostri genitori, ma è anche la musica nostra, soprattutto la musica nostra e dei nostri figli.

Tonto sto cazzo

Dunque avrei umiliato una perché mentre lei per denigrarmi pubblicamente diceva che io per lei non ho mai contato un cazzo, le dicevo che c’erano DM che la sbugiardavano al riguardo. Per continuare nella recita della menzogna si è detta disponibile alla pubblicazione di tale dm. 

L’ho fatto perché a parte lo scritto che la sbugiardava, e cioè la parte in cui si rammaricava del mio defollow per la stima che provava nei miei confronti, è che il mio era il primo vero defollow di cui dispiacersi, non c’era nulla di lesivo e compromettente. Le confidenze che pure mi ha fatto durante quella conversazione privata, in quanto appunto confidenze, non saranno mai pubblicate, perché sono cose che non riguardavano me direttamente e con questo credo di non dover aggiungere altro. 

Ho solo voluto stoppare una bugia detta per umiliare (stavolta si) me, solo per presentarsi bella davanti al suo pubblico. Mi dispiace, ma di qua non si passa più, pensateci due volte prima di cavalcare una delle tante vostre menzogne, oppure non venite poi a frignare se qualcuno vi sputtana cercando di strappare il consenso di due morti di figa disadattati, che se ancora non avete capito che a me del vostro consenso non frega un cazzo, morirete alcuni scemi, ed altri ciechi e con i calli alle mani.

Bud Spencer, in arte Bambino.

L’ho detto e scritto tante volte, per certi aspetti sono stato un bambino fortunato. Nasco nel 1962, pochi giorni dopo che Papa Giovanni XXIII scomunichi Fidel Castro, e nello stesso anno in cui muore Marylin Monroe e nascono i Beatles.

Sono stato molto fortunato, dicevo. Le strade per la maggior parte erano ancora fatte di ghiaia, e grazie a loro oggi posso avere nostalgia dei graffi sulle ginocchia, ma anche dei pomodori che d’estate venivano messi a bollire in bidoni enormi, installati in un cortile al riparo di due palazzi.

Nel 1967, dunque, avevo appena cinque anni, e nel 1967 nasceva la più bella coppia che un bambino, da lì e per molti anni a venire, poteva avere la fortuna di conoscere: Bud Spencer e Terence Hill.

Il gigante buono che se lo facevi arrabbiare picchiava duro, e il biondo smilzo e furbo che a volte cercava di raggirare l’amico barbuto, ma che alla fine non lo tradiva mai.

Erano anni di cinema con le sedie di legno, che quando c’erano loro scricchiolavano dalle risate ed erano sempre pieni. Riempivano anche i cinema all’aperto estivi, quelli dei centri ricreativi, dove le famiglie la sera potevano ritrovarsi unite per farsi quattro risate sane e senza spendere una lira. 

Sono stato fortunato, perché sono cresciuto in anni semplici e genuini, che mi hanno permesso di sopportare meglio anche quello che per me tanto semplice non era.

Altrimenti ci arrabbiamo, era diventata la risposta obbligata alla domanda “Altrimenti?” E poteva finire a cazzotti o in un pugno di risate.

Mi hanno accompagnato fino alla prima adolescenza, ma come tutte le cose che mi hanno aiutato a crescere meglio, ogni volta che li incontro li rivedo sempre molto volentieri. 

Come due amici che ti ricordano che siamo invecchiati, ma lo fanno strappandoti l’ennesimo sorriso.

Ciao Bambino Bud, o ciao Carlo, se preferisci.

Testa o Bowie

Muore Bowie e ci sto male, l’onda emotiva mi riporta indietro, mi riaggancia a quello che le sue canzoni hanno significato per me, a quei momenti della mia vita che quelle note hanno sottolineato.

Si, ci sto male, ma poi mi consegno alla sua arte e vado avanti. Mi dico che in fondo c’era da aspettarselo, che si, è vero, se l’è portato via il cancro maledetto, ma parliamoci chiaro, Bowie poteva morire a venti, trenta, o quarant’anni. Ha vissuto la vita come la maggior parte di noi non avrebbe mai fatto, e questo respinge un po’ indietro il dolore, mi fa pensare che si, mi mancherà, ma in fondo, a modo suo, se l’è goduta, che a superare i sessanta forse gli è andata anche bene e che a me resteranno le sue canzoni, il ricordo del suo anticonformismo, la sua aria da Ziggy.

Muore Testa e ci sto male, l’onda emotiva non mi porta quasi da nessuna parte, lo conosco da troppo poco tempo, e si, è legato a Giorgia, me lo ha fatto conoscere lei, ma in fondo ogni cosa che ho fatto negli ultimi due anni viene dallo stesso meraviglioso posto.

E allora? Cos’è questa tristezza che mi attanaglia da tre giorni e non ne vuol sapere di andarsene?

Si, ci sto male, mi sto consegnando alla sua arte, ma non passa. Ripercorro con più attenzione la strada tracciata dalle sue canzoni, cerco l’origine delle sue storie, scorro con gli occhi le righe che parlano della fatica che ha fatto per arrivare da noi italiani come lui, ma questo male non si placa, anzi, più vado avanti e più si alimenta la mia tristezza, perché Gianmaria Testa potevi essere tu, perché la sua chitarra poteva essere la tua, perché è morto lui ma potevo essere io.

A questo punto non ricordo più nemmeno perché ho iniziato a scrivere. Credo di averlo fatto per dare un nome a questa tristezza che mi scappa dagli occhi senza riuscire ad andar via. E allora Musica, Gianmaria.

Sto imparando a parlare

Sto cercando di dirtelo, io sto imparando a parlare.

Ripenso a tutte le stagioni che sono passate, alle piogge che sono piovute, ai soli che non sono bruciati.

Ripenso a te, che hai fatto risalire tutte le foglie sugli alberi, che hai convinto le mie lacrime ad uscire, perché fuori faceva bello.

Ripenso a me bambino e a come ho imparato a parlare quella volta, alle sillabe conquistate per mettere insieme parole sghembe.

 

Sto cercando di dirglielo, io sto imparando a parlare.

Domani abbraccerò mio figlio. Lo farò con le mani in tasca ed un sorriso di approvazione. Sarà l’inizio di una lettera sgualcita da tenere conficcata nel cuore, promemoria d’amore di un padre ancora un po’ troppo figlio.

Sto cercando di dirmelo, io sto imparando a parlare.

E cerco di farlo tendendo l’orecchio verso ogni tipo di gioia e di dolore. A volte per distinguerli faccio sforzi disumani, ma poi mi avvicino e provo a parlare con te, provo a stupirti con i miei nuovi colpi di genio.

Stanotte, ad esempio, ti ho accarezzata ancora, e tu per fortuna hai continuato a sognare.

Per un attimo ho avuto paura, per un attimo ho temuto che quell’urlo potesse svegliarci.

 

A Voi, nonostante tutto.

Forse per fare pace con me stesso devo parlare a Voi, voi che avete reso la mia vita quel che è, che mi avete accompagnato attraversandomi, vivendomi, sopportandomi, facendomi gioire e sanguinare.

Se provo a pensare cosa scrivervi, mi rendo conto che in fondo quello che mi riesce meglio è dimenticare, smussare, adattare al perdono tutto quel che è stato.

A te mamma, a te babbo, voglio dire che l’amore resiste, che anche l’istinto filiale è potente, e che io, nonostante alcune ferite perennemente aperte, sono qui, orgoglioso di essere riuscito a perdonare quello che mi sembrava imperdonabile. 

A te, figlio mio, chiedo di non giudicare frettolosamente le conseguenze dell’amore immenso che da quando sei nato mi hai fatto provare, e grazie per avermi fatto comprendere meglio gli errori di mio padre e mia madre, e grazie per quello che, nonostante tutto, stai diventando.

Ai miei fratelli voglio dire che quella cosa che mi scorrono nel sangue dev’essere per forza vera.

Ai pochi amici veri che ho dico grazie per essersi lasciati scegliere, per avermi concesso i miei tempi, e per aver accettato i miei limiti.

A chi ho voluto bene, facendogli involontariamente del male, regalo una porzione di silenzio e una nuova carezza.

A te, Silvia, ringrazio per aver percorso con me tutta quella strada, per avermi regalato Andrea e per tutto quello che riesci ad essere nonostante la vita. 

E poi ci sei tu, Giorgia. A te ringrazio per avermi riconsegnato alla Vita che sognavo, per avermi dimostrato che non mi sbagliavo, che da qualche parte esistevi, che in due ci si può anche amare senza spargimenti di sangue. Potrei continuare a ringraziarti per mille altre cose, ma non lo farò. Però grazie per avermi portato qui, in questo posto dove tutto è possibile, dove mi fai sentire unico, dove scrivere ti amo o un articolo da blog dei pazzi come questo, è ancora possibile.

E adesso sono qui

Sono cresciuto tra case popolari e strade polverose, col soffio di mia madre ad asciugare ferite che ancora fanno male, le assenze di mio padre come cotone infido intrecciato a sangue rappreso.

Ho portato quelle ferite fin qui perché credevo servissero a mio figlio, perché speravo che gli errori dei padri non ricadessero anche sui nipoti, ma non ho considerato che a volte si ferisce anche per troppo amore.

E così gli ho costruito ferite tutte sue, accomodandomi in una vita che non era vita per proteggerlo, subendo umiliazioni che erano umiliazioni per convincerlo, lasciandomi sprofondare nella menzogna morale per non disturbarlo.

Ora che sto pagando per il coraggio che ho avuto dopo, sono sereno, in pace con tutti quelli che amo e che mi circondano del loro amore, perché la tormenta ce l’ho ancora dentro, ma ho imparato a viverla, ad accettarla, a sorriderle con i sorrisi che vedo sul viso di mio figlio, della mia donna, e delle persone da cui, nonostante tutto, riesco ancora a farmi voler bene.

Il passato è qui, con i suoi ricordi che sanguinano e sorridono, con le cose che ancora non ho imparato, con il futuro che ha illuminato. 

E sono qui anch’io, che adesso posso morire in pace ogni giorno.