È Pasqua, la vita va avanti.

La vita va avanti, mi dicono tutti, e se lo dicono tutti dev’essere vero per forza.

Me lo ripeto qualche volta anch’io, ma sempre con quel filo di diffidenza che caratterizza le mie reazioni in questo periodo spietato e paludoso.

Anzi, a dirla tutta, io la vita che va avanti la vedo solo se mi volto indietro. Avessi potuto fermarla in tempo, prima che prendesse una brutta strada, forse adesso andrebbe avanti precedendomi, invece che inseguirmi senza riuscire a raggiungere un uomo immobile.

Celebro ogni giorno la gente che mi vuole bene e che si preoccupa per me. Lo faccio illuminando i miei sensi di colpa e le loro paure.

Non riesco a nascondermi e neppure a mostrarmi. Questo limbo emotivo da squarciare al più presto mi sta soffocando. So di dovermi muovere più in fretta e nella giusta direzione, perché solo se vado veloce la vita potrà raggiungermi.

Intanto sto per muovermi di nuovo verso quella mia terra che da quando non ci sei è un po’ meno mia. Farò l’inventario delle cose che ti sei portato via e abbraccerò quello che mi hai lasciato. Che è tanto, e va avanti come la vita, a Pasqua.

La fabbrica del dolore – Pagina numero 2

La vita che mi scorre davanti in un attimo.

Colpi bassi, gioie sconfinate, sensi di colpa infiniti, sentimenti sopravvalutati, amori veri, lacrime di tutti i tipi.

Ogni volta che capita mi chiedo se sono stato un bravo bambino, un bravo ragazzo, un bravo compagno, un buon amico, un amorevole fratello.

I miei sensi di colpa conducono quasi tutte le risposte in una direzione, svegliano i ricordi di quando sarei potuto essere un figlio migliore, un fratello meno egoista, un amico più affidabile, un compagno meno complicato.

I miei sensi di colpa hanno costruito proprio al centro del mio petto una efficientissima fabbrica del dolore.

Un dolore suadente, che striscia senza muoversi mai.

Pagina N°1

Ci sono momenti della vita che ti costringono a correre all’indietro, un po’ disarticolato e un po’ Forrest Gump.

Non è facile inseguire i ricordi correndo all’indietro, ma non farsi raggiungere da loro scappando in avanti è ancora più complicato e faticoso.

E infatti adesso sono fermo, piegato in avanti, cuore in gola ed il fiato cortissimo, mentre mi guardo intorno e cerco una via di fuga. Come in quei film d’azione in cui ad un certo punto chi insegue guarda da un lato e poi dall’altro cercando di scegliere la via giusta.

Resto immobile, un po’ inseguito e un po’ inseguitore. Se torno indietro nel tempo e a noi piccini ritrovo tutte quelle cose belle che sembrano messe li apposta per aumentare la nostalgia e il dolore. Ma mi basta girare l’angolo per sbattere il muso contro tutte quelle volte che avrei dovuto essere migliore e non ci sono riuscito, contro tutte quelle scelte che complice il mio schifoso egoismo ti hanno fatto del male. No, non parlo delle zuffe sotto ai tavolini o sopra ai letti, e nemmeno del tuo sentirti sempre un passo indietro. Penso a tutte le occasioni che ho avuto per proteggerti rinunciando a qualcosa di mio e non l’ho fatto, a tutte quelle altre volte che non ho capito quanto per te fossi importante e di quel sentimento non ho avuto cura.

Capisci? Tornare indietro non è un percorso facile, fa troppo male. Così male che i tanti ricordi belli che ho di noi faccio fatica a metterli a fuoco, li sviluppo sbiaditi, come se non riguardassero totalmente me, come se non fossero anche merito mio.

Chissà se l’ho speso nel modo giusto tutto il bene che ti voglio. Chissà se lo hai compreso pienamente, se lo hai vissuto, se ti è bastato per farti capire quanto tu sia stato, sei e sarai importante per me.

Navigo e navigherò per sempre nel mio mare di “potevo dirglielo prima”, “potevo abbracciarlo di più”, “potevo sorridere meglio”.

Grazie per tutte le volte che mi hai cercato, grazie per tutte le volte che hai confidato nel mio aiuto, e perdonami se nell’unica volta che contava davvero sono stato impotente.

Non sapevo come iniziarla questa lettera, e ancor più non so come finirla. In questo momento ho un grosso problema con la parola fine. Non voglio scriverla, non mi va di pronunciarla, mi rifiuto di pensarla.

E allora non la scrivo neanche qua. E per non farla finire, questa sarà la prima parte di una lettera infinita che scriveremo insieme, io battendo questi tasti e tu dettando le parole al mio cuore.

Ridateci Lucio (Extended Version)

Ieri seguendo una popolare trasmissione televisiva mi sono reso conto di una cosa orribile: le canzoni di Lucio Battisti, tranne il materiale che potremmo trovare in giro, e che comunque sta velocemente esaurendosi, non sono più in commercio.Salto sul divano e iPhone in mano comincio una banale ricerca su iTunes Store e scopro che a parte qualche canzone presente in qualche raccolta, di Battisti non c’è traccia. 

Proseguo cercando nei canali di streaming musicale a pagamento e anche lì stessa sorte.

Morale della favola, uno dei patrimoni culturali della nostra epoca viene tenuto in ostaggio da qualcuno che per completare la sua opera diffida chiunque dall’utilizzare le canzoni di Battisti.

È successo a Morandi e compagnia bella in occasione di una trasmissione celebrativa sul grande Giulio Rapetti, meglio conosciuto come Mogol, che per i più giovani è giusto identificare come l’altra metà della mela della maggior parte dei capolavori di Lucio.

Voi magari lo sapevate già, ma io ieri ho scoperto che a tenere in ostaggio questo incommensurabile patrimonio è una certa Grazia Letizia Veronese in arte Velezia.

Lo so, quasi sicuramente, nonostante tutti questi nomi vi starete chiedendo: «ma chi cazz’è adesso ‘sta Velezia?»

Tranquilli, non la conoscete perché per tutti è sempre stata, è e sempre sarà “la moglie di Battisti”.

Ora mi tocca scriverti, carissima Velezia, che un motivo ci sarà pure, quindi restituisci al mondo la sua arte, perché è stata la musica tua e dei nostri genitori, ma è anche la musica nostra, soprattutto la musica nostra e dei nostri figli.

Tonto sto cazzo

Dunque avrei umiliato una perché mentre lei per denigrarmi pubblicamente diceva che io per lei non ho mai contato un cazzo, le dicevo che c’erano DM che la sbugiardavano al riguardo. Per continuare nella recita della menzogna si è detta disponibile alla pubblicazione di tale dm. 

L’ho fatto perché a parte lo scritto che la sbugiardava, e cioè la parte in cui si rammaricava del mio defollow per la stima che provava nei miei confronti, è che il mio era il primo vero defollow di cui dispiacersi, non c’era nulla di lesivo e compromettente. Le confidenze che pure mi ha fatto durante quella conversazione privata, in quanto appunto confidenze, non saranno mai pubblicate, perché sono cose che non riguardavano me direttamente e con questo credo di non dover aggiungere altro. 

Ho solo voluto stoppare una bugia detta per umiliare (stavolta si) me, solo per presentarsi bella davanti al suo pubblico. Mi dispiace, ma di qua non si passa più, pensateci due volte prima di cavalcare una delle tante vostre menzogne, oppure non venite poi a frignare se qualcuno vi sputtana cercando di strappare il consenso di due morti di figa disadattati, che se ancora non avete capito che a me del vostro consenso non frega un cazzo, morirete alcuni scemi, ed altri ciechi e con i calli alle mani.

Bud Spencer, in arte Bambino.

L’ho detto e scritto tante volte, per certi aspetti sono stato un bambino fortunato. Nasco nel 1962, pochi giorni dopo che Papa Giovanni XXIII scomunichi Fidel Castro, e nello stesso anno in cui muore Marylin Monroe e nascono i Beatles.

Sono stato molto fortunato, dicevo. Le strade per la maggior parte erano ancora fatte di ghiaia, e grazie a loro oggi posso avere nostalgia dei graffi sulle ginocchia, ma anche dei pomodori che d’estate venivano messi a bollire in bidoni enormi, installati in un cortile al riparo di due palazzi.

Nel 1967, dunque, avevo appena cinque anni, e nel 1967 nasceva la più bella coppia che un bambino, da lì e per molti anni a venire, poteva avere la fortuna di conoscere: Bud Spencer e Terence Hill.

Il gigante buono che se lo facevi arrabbiare picchiava duro, e il biondo smilzo e furbo che a volte cercava di raggirare l’amico barbuto, ma che alla fine non lo tradiva mai.

Erano anni di cinema con le sedie di legno, che quando c’erano loro scricchiolavano dalle risate ed erano sempre pieni. Riempivano anche i cinema all’aperto estivi, quelli dei centri ricreativi, dove le famiglie la sera potevano ritrovarsi unite per farsi quattro risate sane e senza spendere una lira. 

Sono stato fortunato, perché sono cresciuto in anni semplici e genuini, che mi hanno permesso di sopportare meglio anche quello che per me tanto semplice non era.

Altrimenti ci arrabbiamo, era diventata la risposta obbligata alla domanda “Altrimenti?” E poteva finire a cazzotti o in un pugno di risate.

Mi hanno accompagnato fino alla prima adolescenza, ma come tutte le cose che mi hanno aiutato a crescere meglio, ogni volta che li incontro li rivedo sempre molto volentieri. 

Come due amici che ti ricordano che siamo invecchiati, ma lo fanno strappandoti l’ennesimo sorriso.

Ciao Bambino Bud, o ciao Carlo, se preferisci.

Testa o Bowie

Muore Bowie e ci sto male, l’onda emotiva mi riporta indietro, mi riaggancia a quello che le sue canzoni hanno significato per me, a quei momenti della mia vita che quelle note hanno sottolineato.

Si, ci sto male, ma poi mi consegno alla sua arte e vado avanti. Mi dico che in fondo c’era da aspettarselo, che si, è vero, se l’è portato via il cancro maledetto, ma parliamoci chiaro, Bowie poteva morire a venti, trenta, o quarant’anni. Ha vissuto la vita come la maggior parte di noi non avrebbe mai fatto, e questo respinge un po’ indietro il dolore, mi fa pensare che si, mi mancherà, ma in fondo, a modo suo, se l’è goduta, che a superare i sessanta forse gli è andata anche bene e che a me resteranno le sue canzoni, il ricordo del suo anticonformismo, la sua aria da Ziggy.

Muore Testa e ci sto male, l’onda emotiva non mi porta quasi da nessuna parte, lo conosco da troppo poco tempo, e si, è legato a Giorgia, me lo ha fatto conoscere lei, ma in fondo ogni cosa che ho fatto negli ultimi due anni viene dallo stesso meraviglioso posto.

E allora? Cos’è questa tristezza che mi attanaglia da tre giorni e non ne vuol sapere di andarsene?

Si, ci sto male, mi sto consegnando alla sua arte, ma non passa. Ripercorro con più attenzione la strada tracciata dalle sue canzoni, cerco l’origine delle sue storie, scorro con gli occhi le righe che parlano della fatica che ha fatto per arrivare da noi italiani come lui, ma questo male non si placa, anzi, più vado avanti e più si alimenta la mia tristezza, perché Gianmaria Testa potevi essere tu, perché la sua chitarra poteva essere la tua, perché è morto lui ma potevo essere io.

A questo punto non ricordo più nemmeno perché ho iniziato a scrivere. Credo di averlo fatto per dare un nome a questa tristezza che mi scappa dagli occhi senza riuscire ad andar via. E allora Musica, Gianmaria.